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Il clima che cambia: a Copenaghen per fermare la febbre del pianeta (2)

Un accordo senza cifre. La "Conferenza ONU - COP 15", attesissimo vertice sul clima che ha radunato a Copenaghen tra il 7 e il 18 dicembre 2009 ben 193 Paesi e oltre 110 capi di Stato, si chiude tra colpi di scena e delusioni con un risultato minimo e con un nuovo appuntamento a Bonn entro sei mesi. Qui la seconda parte dell' estratto dallo speciale ANSA che ha seguito il summit passo dopo passo.



15 dicembre 2009

Al Bella Center di Copenaghen si apre la sessione ufficiale ministeriale della '15/a Conferenza Onu sui cambiamenti climatici (Cop15)'. Ha così inizio la nuova, decisiva settimana di vertice. Il tempo stringe. Ai negoziatori rimangono poche chance per raggiungere un accordo. Si gioca al ribasso, ma la speranza è sempre di far ricordare come 'storico' questo summit che vede schierati al capezzale del grande malato 193 paesi.

Nel frattempo i black bloc, con barricate in fiamme, molotov e petardi, sono tornati a colpire a margine del vertice e, per farlo, hanno scelto un luogo simbolo degli 'alternativi' di tutta Europa: il quartiere di Christiania, la storica comunità indipendente della capitale danese.


16 dicembre

In un clima irreale, sotto una fitta nevicata e con una temperatura bassissima, nuovi scontri tra polizia e manifestanti davanti al Bella Center. All'interno, i lavori proseguono. Ancora nessuna bozza di accordo sul tavolo. 

All'aeroporto di Copenaghen continuano nel frattempo ad arrivare premier, giornalisti, attivisti.  Ad accoglierli, grandi poster riproducenti le facce invecchiate dei leader del mondo che chiedono scusa per non essere stati capaci di affrontare i cambiamenti climatici. L'iniziativa è della coalizione mondiale tcktcktck.org e di Greenpeace.


17 dicembre

Prima la cena dalla regina Margrethe, poi il ritorno al Bella center per cercare di recuperare il terreno perduto e stringere su un testo di compromesso che sembra ancora lontano: é una giornata lunga per i capi di Stato e di governo presenti a Copenaghen. "Vogliamo preparare le basi per un documento che, speriamo, potrà essere adottato domani", anticipa Sarkozy, grande promotore di questo nuovo tentativo europeo di fare uscire i negoziati dall'empasse. "Di fronte al rischio di un fallimento, - conferma la portavoce della presidenza svedese di turno della Ue, Roberta Alenius - non si può andare a dormire, dobbiamo continuare a lavorare".

Intanto trapela uno studio delle Nazioni Unite stando al quale, in caso di accordo alle condizioni del momento, il pianeta rimarrebbe a rischio catastrofe. Secondo il documento confidenziale, le offerte di riduzione delle emissioni di Co2 sul tavolo dei negoziati porterebbero ad un aumento medio delle temperature mondiali di tre gradi rispetto all'obiettivo dei 2 gradi. Tradotto: 170 milioni di persone in più soffrirebbero per le inondazioni e 550 milioni in più rischierebbero la fame.

Per gran parte della notte a Copenaghen si lavora dunque a una nuova bozza di accordo contenente l'impegno a ridurre le emissioni di gas inquinanti ai livelli necessari per mantenere l'aumento delle temperature sotto i due gradi, oltre che l'obiettivo di finanziare a lungo termine i Paesi in via di sviluppo con 100 miliardi di dollari l'anno entro il 2020. La dichiarazione è al centro dell'extra summit notturno che tiene riuniti al Bella Center fino alle ore piccole, appunto su iniziativa dell'Unione europea, una trentina di leader, tra cui il segretario di Stato Usa Hillary Clinton (in attesa dell'arrivo del presidente Barack Obama), il presidente russo Dmitri Medvedev, i presidenti del Brasile Lula e del Messico Calderon, il capo negoziatore dell'Unione Africana, il premier etiopico Zenawi, i premier di Giappone Hatoyama e dell'Australia Rudd. Presenti ai colloqui anche rappresentanti della delegazione cinese e i maggiori leader europei. Il documento prevederebbe la trasformazione dell'accordo di Copenaghen in vero e proprio trattato operativo e vincolante entro i primi sei mesi del 2010, così come auspicato dalla Ue.


18 dicembre

L'aereo del presidente statunitense Barack Obama, Air Force One, atterra all'aeroporto di Copenaghen intorno alle 9 del mattino proveniente da Washington. Barak Obama si unisce agli oltre 120 capi di Stato e di governo che tenteranno, nell' ultimo giorno del summit, di salvare i negoziati sul riscaldamento globale.  "Siamo qui non per parlare ma per agire", dichiara Obama  chiamando il mondo a un accordo, anche "se imperfetto". Obama afferma anche che "l'America è pronta a prendersi le sue responsabilità in quanto leader. Non sareste qui se non foste convinti che il pericolo è reale. Il cambiamento climatico non è fantascienza, ma è scienza, è reale".

Ciònonostante, dagli Usa non arrivano nuovi colpi di scena. Il presidente conferma la posizione interna ribadendo la riduzione di C02 del 17% entro il 2020 rispetto al 2005 e gli aiuti ai paesi in via di sviluppo per 100 miliardi di dollari entro il 2020.

Intanto l'Unione Europea, china sui banchi, continua a lavorare sulla linea tracciata nell'ambito di un vertice informale e ristretto tra i leader, il cosiddetto extra-vertice, e scrive. Prima 13, poi 12 punti di un documento che solo nella seconda tranche dell'extra-vertice diventa l' 'Accordo di Copenaghen'. Per la prima volta appare quindi su un documento ufficiale la parola 'accordo'. Si prevedono tagli per tutti del 50% al 2050 e dell'80% sempre al 2050 per i paesi piu' ricchi. Ma la Cina dice no ai tagli globali del 50%.

Nel pomeriggio si tiene un incontro bilaterale tra Obama e il presidente cinese Hu Jintao. L'asse Usa-Cina mette il sigillo sul vertice. 
 

19 dicembre

Nuova maratona notturna. Si spera, a tratti si dispera. Forse veramente per il clima il mondo puo' fare poco. E' una corsa disperata, ma si cerca un accordo a tutti i costi. All'alba  il 15° vertice Onu, dopo 12 giorni di trattative tra 193 paesi, 45.000 richieste di accredito e, per la prima volta, oltre 110 capi di stato e premier presenti, non ha ancora varato ufficialmente alcun testo. Nessun documento ufficiale approvato. 

Sul tavolo delle trattative c'e' una bozza, sposata nel corso della notte presidente americano, Barack Obama insieme ad altri quattro paesi (Cina, India, Sudafrica e Brasile) più l'Ue. Accordo comunque minimo, definito "significativo" ma insufficiente.

Un accordo senza cifre sulle riduzioni della Co2, con il riconoscimento dei dati scientifici che stabiliscono a 2 gradi il massimo di aumento della temperatura e con una certezza solo sui fondi, 30 miliardi di dollari nel triennio 2010-2012 e 100 miliardi di dollari l'anno entro il 2020. A vincere è la Cina, che aveva rifiutato il target di emissioni globali al 2050 del 50% per tutti i paesi. L'Ue accetta, anche se con riluttanza, e il presidente francese Nicolas Sarkozy esprime "delusione" per il mancato riferimento al taglio delle emissioni globali annunciando una nuova Conferenza a Bonn entro 6 mesi.

Nel cuore della notte documento accende gli animi. In sessione plenaria parte il fuoco di fila dei paesi latini, che contestano la procedura che ha portato al testo. A capitanare la 'rivolta' é ancora una volta il simbolo della Conferenza, il piccolo arcipelago del Pacifico, Tuvalu, che rischia di affondare sotto la spinta dei cambiamenti climatici. Il primo ministro Apisai Ielemia mette in chiaro che il futuro del suo piccolo stato "non è in vendita" e cita i 30 denari di Giuda. Un applauso spontaneo e scrosciante sottolinea il suo intervento. Sulla stessa linea d'onda intervengono a raffica Venezuela, Cuba, Costa Rica, Bolivia, Nicaragua.

Alla fine, comunque, vince un 'Accordo di Copenaghen' senza numeri. I punti sono appunto 12, e non 13 come nella prima versione. Nella versione definitiva, assieme ad ogni riferimento alla riduzione globale del 50% entro il 2050 (come preteso dalla Cina), sparisce infatti anche il 13/o capitolo che indicava il passaggio dall'accordo politico al trattato vincolante entro il 2010. Resta pero' il principio dell'estensione del mandato della Cop15. Nel nuovo documento restano anche le incognite ''x'' e ''y'' per gli obiettivi di riduzione al 2020 comparati, rispettivamente, ai livelli del '90 e del 2005. Sono una novita' i due annessi, vere e proprie griglie, dove i Paesi industrializzati devono indicare i target di riduzione delle loro emissioni al 2020 e specificare l'anno di riferimento, e i Paesi in via di sviluppo quali azioni intendono assumere per fare la loro parte. L'Europa è l'unica ad avere una legge. Nel nuovo accordo di Copenaghen si afferma poi che l'aumento delle temperature deve essere contenuto entro i due gradi Celsius, rispetto all'era preindustriale; inizialmente veniva introdotta la possibilita' di una revisione del limite nel 2016 pari a 1,5 gradi Celsius, come richiesto dai piccoli stati-isola, come Tuvalu; l'obiettivo, però, alla fine scompare e appare solo il 2015 come data utile per completare il processo e implementare l'accordo. Esplicitati, inoltre, un fondo da 30 miliardi di dollari come risorse immediate (2010-2012) e da 100 miliardi di dollari l'anno entro il 2020. Per quanto riguarda i 'fast start', cioé le risorse economiche da subito disponibili, una tabella riassume la situazione: 10,6 miliardi di dollari dall'Ue; 11 miliardi di dollari dal Giappone e 3,6 miliardi di dollari dagli Stati Uniti. Ad assumersi i carichi maggiori saranno sempre i paesi sotto il Protocollo di Kyoto, che dovranno aumentare la loro quota di riduzione delle emissioni.


Più nel dettaglio:

- 'PRENDERE NOTA': per Copenaghen si parla di 'accordo'. Ma quello che e' avvenuto, osserva il World resources institute (Wri, istituto americano di analisi e valutazione sull'ambiente globale), e' in realta' un ''prendere nota''. E non un accordo vero e proprio. Ovvero: la Conferenza 'prende nota' che non tutti i Paesi sono concordi (cosa necessaria quando ci si muove sotto il cappello delle Nazioni Unite, dove anche l'opposizione formale di un solo Paese non permette l'adozione di una determinata decisione) e allo stesso tempo un insieme di Paesi lo sono. Nello specifico, i Paesi contrari, riferisce Wri, sono stati almeno ''quattro: Tuvalu, Sudan, Bolivia e Venezuela'' (alcune fonti parlano anche dell'opposizione di Cuba, Ecuador e Nicaragua). Il 'prendere nota' puo' definirsi come una struttura di accordo consentita dall'Onu che porta a un'intesa che puo' essere politicamente vincolante;

- ACCORDO POLITICO: Questa formula e' usata per evitare il blocco delle decisioni della Cop15, ma potrebbe generare difformita' nell'interpretazione sulla validita' delle decisioni finali adottate dalla stessa Conferenza. Secondo gli esperti legali del Wri, non ci sono vincoli giuridici (rimossi da quei Paesi che non li gradivano), l'unico vincolo che pone ''l'accordo di Copenaghen è quello politico, ma solo per i Paesi che accetteranno di aderire a tale accordo'' che saranno indicati 'formalmente' accanto al testo. Per l'Unfccc, dice il Wri, significa riconoscere che ''qualcosa c'e''' ma che non ci si puo' associare del tutto con essa. La lista dei Paesi sara' effettuata dopo una verifica governativa da parte dell'Unfccc con ciascuno dei singoli Paesi che hanno preso parte alla Conferenza di Copenaghen;

- OBIETTIVO 2 GRADI: Viene riconosciuto quanto detto dagli scienziati secondo i quali l'aumento globale temperature non dovrebbero superare i 2 gradi;

- EMISSIONI GLOBALI: Le Parti riconoscono l'impatto critico del cambiamento climatico sui paesi particolarmente vulnerabili e i suoi effetti negativi, confermando la necessità di tagli profondi nelle emissioni globali;

- OBIETTIVI PER PAESI RICCHI: I Paesi industrializzati si impegnano a implementare, individualmente o congiuntamente, gli obiettivi di riduzione di Co2 per il 2020 di ''x'' rispetto ai livelli del '90 e di ''y'' rispetto a quelli del 2005 a patto che questa politica di riduzione sia rigorosa, robusta e trasparente; le cifre dovranno essere definite entro il primo febbraio 2010.

- TARGET PER PAESI IN VIA DI SVILUPPO: Attuare azioni di mitigazione in base alle loro specifiche caratteristiche nazionali. Ogni due anni questi paesi dovranno fare rapporto sui risultati degli interventi;

- TRASFERIMENTO DI TECNOLOGIE: E' previsto un meccanismo ad hoc per accelerare il processo di trasferimento di tecnologie; 

SUPPORTO FINANZIARIO: I finanziamenti devono essere forniti dai paesi sviluppati. Le Parti  (si legge nella bozza del documento) forniscono risorse nuove e aggiuntive di 30 miliardi di dollari per il periodo 2010-12. Le Parti inoltre sono chiamate a supportare gli obiettivi con un fondo da 100 miliardi di dollari l'anno entro il 2020. Il finanziamento proverrà da una grande varietà di fonti, pubbliche e private, bilaterali e multilaterali, tra cui fonti alternative di finanziamento. Il fatto che l'accordo non sia unanime e ufficiale, però, comporta il rischio che saltino anche gli aiuti finanziari. La costituzione del 'Copenaghen green climate fund', cioè i finanziamenti promessi, richiederebbe una decisione formale, e di merito, della Cop, che al momento non c'e';

- DURATA ACCORDO COP15: Sui tempi le ipotesi sono due. Nella prima questa 'intesa' potrebbe giungere sul tavolo della Cop16 a Città del Messico nel 2010, nella seconda potrebbe essere ampliata e durare fino al 2015;

- IMMEDIATAMENTE OPERATIVO: L'accordo raggiunto a Copenaghen viene definito come ''immediatamente operativo'', ma e' cosi' soltanto per quegli aspetti che non richiedono una decisione in ambito Cop. Per esempio, gli impegni dei singoli Paesi sia per i tagli di CO2 che per la mitigazione possono anche diventare immediatamente operativi. Mentre, per il Fondo finanziario non sarebbe possibile muoversi senza una decisione della Cop.


Dopo undici giorni di estenuant negoziati la montagna del vertice sul clima con migliaia di politici, esperti e tecnici partorisce insomma un topolino. Il mondo si aspettava un accordo globale e storico per salvare il Pianeta dalla crisi climatica, ma così non avviene.

E' dunque un sì pronunciato a denti stretti e con l'amaro in bocca quello che ha sancito l'approvazione dell'Unione europea all'accordo di Copenaghen. Arrivata nella capitale danese con aspettative molto alte e la convinzione di riuscire a trascinare i partner più importanti sulla strada di target vincolanti di riduzione dei gas ad effetto serra, intrapresa due anni fa dai 27, la Ue ritorna a Bruxelles con un testo che non contiene impegni obbligatori e da dove sono stati via via cancellati tutti gli obiettivi di riduzione di C02.

"Un accordo è sempre meglio che un non accordo", dichiara comunque il portavoce della Commissione europea, secondo cui quanto deciso a Copenaghen "é lontano dalle aspettative, ma permette la sopravvivenza dei nostri obiettivi e delle nostre ambizioni". Un accordo che "affronta le necessità dei Paesi in via di sviluppo", aggiunge il portavoce della Commissione, "era il solo accordo possibile nella capitale danese. Se non ci fosse stato un accordo, due Paesi importanti come Cina e India sarebbero stati liberati da ogni tipo di contratto, così come gli Stati Uniti, che non figurano nel protocollo di Kyoto".

Non sorprende che i toni più soddisfatti arrivino dal capo negoziatore della Cina, Xie Zhenhua. Di fallimento parlano invece apertamente le Ong e gli ambientalisti: "si tratta di un fiasco totale, un passo indietro anche rispetto al protocollo di Kyoto", sottolinea lapidario Greenpeace.

Per Obama, un bilancio in chiaro-scuro. La sua visita a Copenaghen è stata brevissima, ma densa di significati. Gli intensi rapporti intrattenuti con il premier cinese Wen Jiaping deludono le speranze degli ambientalisti sparsi nei quattro angoli del pianeta, delle Ong, dei cittadini di minuscoli atolli sparsi negli oceani i cui rappresentanti, a Copenaghen, si sono battuti come leoni per la loro sopravvivenza. D'altro canto, la svolta americana sul fronte riscaldamento globale ora e' concreta. In questo il significato dell' appuntamento 'storico' danese. 

Parole di speranza arrivano in tal senso dal senatore democratico statunitense John Kerry, co-autore del manifesto per il clima, secondo il quale "vedere il presidente degli Usa Barack Obama, il premier cinese Wen Jiabao, il primo ministro indiano Manmohan Singh e il presidente sudafricano Jacob Zuma giungere a un compromesso è in ogni caso un segnale poderoso. Dopo questo primo risultato - ha affermato Kerry - possiamo lavorare più facilmente in Senato per votare una legge sul clima che ci faccia davvero arrivare al traguardo".

E per non perdere tempo prezioso, l'Unione Europea affida quindi immediatamente alla cancelliera tedesca Angela Merkel l'organizzazione di una nuova conferenza che si terrà a Bonn entro sei mesi con l'obiettivo di preparare la prossima Conferenza sul clima prevista in Messico alla fine del 2010.

 

Fonti: Ansa, web 

Per approfondire: riguardo le variazioni di livello del mare connesse ai mutamenti climatici è on line su Sperimentarea.tv   - e sul suo canale tematico dedicato alla tutela della biodiversità e dell'ambiente Ace-sap channel - il seguente film di Marco Anzidei

Guarda il video

 
Il cambiamento del livello del mare nel Mediterraneo negli ultimi 2000 anni: un viaggio nel tempo tra geologia, archeologia e geofisica (22', 2005).

 

 



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