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Il clima che cambia: a Copenaghen per fermare la febbre del pianeta (1)

7-18 dicembre 2009: nell'anno internazionale del clima, la "Conferenza ONU - COP 15" vede in gioco a Copenaghen la salute del nostro pianeta. L'attesissimo vertice sul clima si è aperto tra speranze comuni e prese di posizione apparentemente inconciliabili. Nonostante le tensioni, la prima settimana di lavori tecnici consegna a ministri e capi di stato due documenti di base per il possibile accordo. Qui un estratto dallo speciale ANSA che ha seguito in tempo reale lo storico summit.


7 dicembre 2009: si apre ufficialmente lo storico vertice sul clima. La 15/a Conferenza della Convenzione Onu sui cambiamenti climatici (Cop15) - questa la denominazione completa - ha la responsabilità di arrivare, entro il  18 dicembre, a un accordo per fermare la febbre del pianeta. Due settimane di tempo per trovare una difficile intesa tra i 193 paesi partecipanti. Obiettivo: un accordo globale sul taglio delle emissioni di gas serra per superare, dal 2012 in poi, il Protocollo di Kyoto (l'accordo secondo cui ogni Paese firmatario deve ridurre le proprie emissioni di una certa quota rispetto ai valori del 1990) e giungere a un Piano condiviso sul clima specialmente nel campo della diffusione delle migliori tecnologie.

Cinque i pilastri di discussione. Su tre le trattative stanno marciando compatte: trasferimento di tecnologie, adattamento e deforestazione. Scogli duri sono invece la riduzione delle emissioni e il capitolo che riguarda i finanziamenti.

Lo sprint iniziale spetta ai rappresentanti Onu e agli scienziati. Il Bella Center, sede del vertice, viene letteralmente preso d'assalto dai delegati. La capienza massima è di 15 mila presenze, ma le richieste sarebbero state più del doppio, circa 34mila.
Durante gli ultimi due giorni di lavori, al momento delle decisioni finali, il summit vedrà invece per la prima volta la presenza di oltre cento premier e capi di stato, tra cui il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, e il leader del Cremlino, Dmitri Medvedev.

"Il tempo è scaduto, è arrivato il momento di unirci", afferma il capo negoziatore per l'Onu, il segretario generale della Convenzione sui cambiamenti climatici Yvo de Boer alla cerimonia di apertura del maxi vertice. "E' ora di trasformare gli accordi in azioni reali e pensare a milioni di bambini nel mondo".

Fin dai primissimi giorni di vertice, però, gli entusiasmi si freddano. Le novità più significative arrivano dai paesi a economie emergenti: India, Cina e Brasile si presentano con un accordo comune. Dal canto suo, il Sudafrica dichiara la disponibilità a rallentare del 34% entro il 2020 e del 42% entro il 2025 la crescita delle emissioni dei gas serra, a patto che ciò avvenga nel quadro di un accordo internazionale e di aiuti finanziari e tecnologici da parte dei paesi più sviluppati. Ma con l'approssimarsi della discussione sui tagli delle emissioni di Co2 che testerà concretamente le intenzioni dei paesi industrializzati, a Copenaghen è sempre più scontro. L'accordo appare a tutta prima impossibile.  E i rappresentanti di G77, che raggruppa 131 Paesi soprattutto in via di sviluppo, contestano una bozza danese di un testo di accordo che, a loro dire, li avrebbe scavalcati sia nei contenuti (perché non considera la responsabilità storica), sia per il mancato coinvolgimento nella discussione. 

Queste, più nel dettaglio,  le varie prese di posizione:
- UE: L'Unione europea chiede alla conferenza sul clima di Copenaghen di arrivare, ''preferibilmente entro sei mesi'' dal termine dei suoi lavori, ad ''un accordo che conduca ad uno strumento giuridicamente vincolante, a partire dal primo gennaio 2013'', quando scadra' il Protocollo di Kyoto attualmente in vigore. In termini di tagli alle emissioni in caso di accordo globale l'impegno Ue e' di un taglio del 30% al 2020 (anziche' quello stabilito del 20%). D'accordo l'Italia, ma solo in caso del si' globale.
- SUDAFRICA, MESSICO, COREA DEL SUD: insieme a Cina e Brasile, oltre a ritenersi le nazioni meno colpevoli della febbre del Pianeta, non vogliono bloccare il proprio sviluppo. Una soluzione che non piace ai Paesi industrializzati potrebbe essere quella del taglio di Co2 pro-capite, e cioe' in rapporto alla popolazione: cosa che peserebbe maggiormente sugli Usa e poco sulla Cina, entrambe tra i maggiori emettitori a livello mondiale (e non vincolati a Kyoto);- USA: Proposta una riduzione delle emissioni del 17% entro il 2020, prendendo come riferimento il 2005 ma, se la legge su clima ed energia andrà in porto, l'impegno e' una riduzione di emissioni di oltre l'80% rispetto ai livelli attuali entro il 2050; disponibili ad aiuti economici per i Paesi in via di sviluppo; Co2 riconosciuta ufficialmente dall'Agenzia americana dell' Ambiente (Epa) come dannosa per la salute;
- CINA: Riduzione dell'intensita' carbonica, e cioe' l'ammontare di emissioni a effetto serra per unita' di Pil, del 40-45 per cento entro il 2020, rispetto ai livelli del 2005; con un rilancio al 50% se i paesi ricchi ridurranno la Co2 del 25-40 per cento.
- INDIA: ha annunciato la volonta' di tagliare del 20-25% entro il 2020 l'intensita' delle emissioni di carbonio rispetto al 2005;
- BRASILE: riduzione di Co2 tra il 36,1 e il 38,9 per cento entro il 2020;
- RUSSIA: Mosca lavorera' per tagliare le emissioni di anidride carbonica del 25%.

Nel frattempo il mondo suda. L'allarme è dell'Organizzazione meteorologica mondiale (Omm) che lancia in contemporanea a Copenaghen e a Ginevra il nuovo rapporto sul riscaldamento globale. Il decennio 2000-2009 dovrebbe risultare il più caldo mai registrato dal 1850, anno in cui sono iniziate le misurazioni. Dalle metropoli americane alle steppe mongole, l'inquinamento continua a colpire inarrestabile. Anche per quanto riguarda l'Italia, il 2009 si posiziona al quinto posto tra gli anni più caldi dall'800 ad oggi (e i 20 più caldi dei due secoli sono tutti successivi al 1980): lo attesta la banca dati del gruppo di Climatologia storica dell'Istituto di scienze dell'atmosfera e del clima dell'Isac-Cnr.

Il vertice di Copenaghen ne prende atto, ma deve affrontare una guerra di cifre con scontri accesi sugli aiuti ai Paesi poveri. "Dieci miliardi di dollari all'anno per il triennio 2010-2012 non bastano, occorre un obiettivo a lungo termine", afferma il capo negoziatore Xie Zhenuha. Mentre l'Europa giudica insufficienti gli impegni assunti dagli Stati Uniti, ritenendo che "non mettano l'Europa nelle condizioni di rivedere al rialzo, al 30%, l'obiettivo di riduzione del C02, fissato al 20% entro il 2020 rispetto al 1990". Così  la frattura nord-sud del mondo si allarga e la protesta cresce. Un gruppo misto di paesi in via di sviluppo chiede "giustizia climatica". La protesta si spinge fino alla porta della sala dei delegati con il grido di allarme dei rappresentanti del piccolo Stato di Tuvalu, un arcipelago di nove atolli e 11.000 abitanti nel Pacifico del Sud che teme di essere sommerso a causa del riscaldamento climatico. Se le stime degli scienziati sono corrette, entro la meta del secolo vi potranno essere fino a 150 milioni di profughi del clima. Intere isole del Pacifico potranno restare sommerse, e alcune di esse si rivolgono per la loro salvezza ad Australia e Nuova Zelanda. Nel suo piccolo, Tuvalu ha dato al mondo intero il buon esempio: con le energie rinnovabili punta a raggiungere emissioni zero entro il 2020.

Dal canto suo, però, la Cina chiede a tutti i partecipanti al vertice di scegliere la via del "realismo" per arrivare ad un accordo politicamente vincolate prima della fine delle discussioni, fissata per venerdì 18 dicembre. In un lungo editoriale il China Daily, un quotidiano in lingua inglese rivolto soprattutto alla comunità internazionale, afferma che "...le richieste irrealistiche sollevate da alcuni partecipanti ai negoziati possono costare all' umanità la perdita della preziosa opportunità, che forse é anche l' ultima, di salvare il Pianeta dalle disastrose conseguenze del surriscaldamento".

Nonostante le difficoltà, al termine della prima settimana di lavori, il summit Onu di Copenaghen riesce a partorire due documenti, uno sotto la Convenzione Onu sul clima, l'altro sotto il gruppo del Protocollo di Kyoto. Conclusioni dei lavori tecnici che rappresentano la traccia ufficiale per i ministri riuniti nei giorni successivi. Tracce molto aperte, a cui mancano cifre precise e natura legislativa del nuovo trattato; ciònonostante,  secondo gli osservatori, il fatto che si sia giunti ad accogliere i ministri con due testi di base per l'accordo dimostra che la volontà di chiudere c'é. Tra le novita' principali, l'indicazione di fermare la corsa al rialzo della temperatura media a 1,5-2 gradi (come richiesto tra l'altro da tutte le comunità delle isole). Vago il range dei tagli, che spazia da un minimo del 50% a un massimo del 95% per i Paesi industrializzati rispetto ai livelli del 90, mentre per i Paesi in via di sviluppo si parla di riduzione tra il 15 e il 30 per cento al 2020. Ad entusiasmare il vertice nella capitale danese le notizie provenienti dall'Unione Europea sui fondi messi a disposizione per i paesi in via di sviluppo: 7,2 miliardi per tre anni 2010-2012, 600 milioni dall'Italia. Scontenta la Cina, mentre il capo negoziatori Onu, Yvo de Boer, giudica la decisione europea ''un notevole incoraggiamento''.  Gli Stati Uniti hanno messo a punto inoltre un piano per lo sviluppo delle tecnologie pulite nei Paesi in via di sviluppo, che prevede lo stanziamento di 350 milioni di dollari nei prossimi cinque anni. Secondo quanto riporta il Washington Post, l'iniziativa dell'amministrazione Usa e di altri Paesi industrializzati - tra cui l'Italia e l'Australia - mira ad aiutare i Paesi più poveri a ridurre i consumi di energia e, di conseguenza, le emissioni di gas a effetto serra. Ancora incerto poi il destino del protocollo di Kyoto: si discute se prorogare il trattato di 5 o di 8 anni dopo il 2012, ma si fa sempre più folto il gruppetto di Paesi (non di poco conto, come Russia,  Giappone e Canada) che vorrebbero scalzarlo con un nuovo trattato globale. Esigendo quindi la convocazione di una riunione dedicata esclusivamente al post-Kyoto, i paesi africani sostenuti dai Paesi in via di sviluppo del G77 sospendono momentaneamente la partecipazione ai gruppi di lavoro della Conferenza.

Con l'arrivo a Copenaghen dei ministri, del resto,  la tensione in città cresce sensibilmente. Il 12 dicembre sono 80 mila i manifestanti  radunati  nella capitale danese per il Global Day of Action. In piazza, tra gli altri, attivisti di Greenpeace di 32 nazionalità. Presente anche il Wwf. La mobilitazione è stata organizzata da 516 gruppi provenienti da 67 Paesi. Tre ore di marcia per chiedere ai capi di stato 'giustizia climatica'. E anche scontri tra polizia e Black Bloc con quasi mille arresti. Oltre 7 mila gli agenti mobilitati.Una veglia con candele guidata dal premio Nobel vescovo Desmond Tutu, chiude la giornata.

Ma per il Global Day of Action si mobilitano gli ambientalisti di tutto il mondo, da Hong Kong a Manila. Migliaia di manifestanti partecipano alla 'Camminata contro il riscaldamento' organizzata nelle principali città australiane per chiedere ai negoziatori di Copenaghen di raggiungere un accordo sostitutivo del trattato di Kyoto: a Melbourne, dove la protesta ha raggiunto le massime dimensioni, gli organizzatori hanno avuto l'idea di inviare a Copenaghen eloquenti fotografie aeree. A Manila, capitale delle Filippine, centinaia di ambientalisti si riuniscono davanti alle sedi istituzionali, vestiti di rosso. Rappresentanti di Greenpeace scendono in piazza anche in 25 città italiane. Nel duomo di Arzignano (Vicenza) fedeli e rappresentanti di cinque diverse religioni  lanciano un messaggio di tolleranza e rispetto reciproco a difesa dell'ambiente: cattolici, musulmani, sikh e induisti, tutti insieme a pregare per il clima. Tornando a Copenaghen, tra le iniziative 'green' si distinguono in particolare i 350 rintocchi di campane della Cattedrale luterana Vor Frue Kirke (la cifra corrisponde alla soglia massima di Co2 nell'atmosfera per limitare l'aumento della temperatura mondiale a 1,5 gradi) e la sfilata di auto elettriche e ibride, tra cui 7 scooter elettrici made in Italy, che hanno composto con luci verdi la scritta Co2.  Fissata al 16 dicembre, invece, un'edizione speciale di Earth Hour che spegnerà per una sera tutte le luci della capitale danese, lasciando al buio - nelle intenzioni degli organizzatori - anche la sede del vertice, il Bella Center.

Intanto, il 15 dicembre si apre la sessione ufficiale ministeriale del summit. Ha così inizio la nuova e decisiva settimana del vertice sul clima di Copenaghen.
 


Fonti:
Ansa, web 

Per approfondire: è on line su Sperimentarea.tv  , e sul suo canale tematico dedicato alla tutela della biodiversità e dell'ambiente Ace-sap.tv, il  primo appuntamento con QUESTIONE CLIMA, un ciclo di conferenze proposte dal Museo Tridentino di Scienze Naturali. Che tempo farà? è il titolo della conferenza tenuta da Andrea Piazza, meteorologo di Meteotrentino.

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Questione clima - 2a Parte
 



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