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Biodiversità: 200 milioni di anni fa un'improvvisa estinzione di massa causata dall'effetto serra

Nei fossili della Groenlandia le prove di un antico, drastico crollo della biodiversità vegetale terrestre. La storia del clima primordiale rivela così sorprendenti novità, che scuotono le basi stesse della conoscenza e comprensione dei mutamenti climatici nei tempi moderni.


Ormai da tempo il riscaldamento globale è considerato causa primaria della progressiva perdita di biodiversità e della possibile estinzione di specie vegetali e animali. Gli stessi ricercatori sono rimasti però sorpresi dagli esiti di uno studio fresco di pubblicazione sulla rivista Science che evidenzia  come probabile responsabile per questa perdita di ricchezza biologica un aumento di per sè contenuto dei livelli di anidride carbonica nell'atmosfera: "Secondo i dati raccolti -   ha annunciato infatti  Richard Lane, direttore di programma per la Divisione Scienze della Terra alla National Science Foundation (NSF), ente che ha parzialmente sovvenzionato la ricerca - sarebbe sufficiente un accumulo di gas serra  CO2 molto inferiore a quanto fino ad ora ritenuto per mandare in tilt e far collassare interi ecosistemi".

Così, quantomeno,  sembra sia avvenuto 200 milioni di anni fa, all'alba della comparsa sulla Terra dei primi dinosauri. A raccontare la storia della improvvisa, drastica estinzione di specie vegetali  sono i fossili risalenti a quel periodo di una particolare zona collinare della Groenlandia orientale.  I campionamenti delle scogliere di Kap Stewart (nella foto a sin.), effettuati a varie profondità, hanno riscontrato negli strati rocciosi la prove di una repentina perdità di ricchiezza biologica causata da variazioni climatiche e ambientali dagli effetti catastrofici.  "Le differenze nell'abbondanza e varietà di specie prelevate nei primi 20 metri - precisa l'equipe internazionale di studiosi - corrispondono alle aspettative. Ma gli ultimi 10 metri mostrano drammatiche perdite di diversità che superano di gran lunga quello che si potrebbe attribuire ad un errore di campionatura: gli ecosistemi sostenevano sempre meno specie".

Precedentemente a questo studio si riteneva che il processo di estinzione fosse stato graduale e che si fosse verificato nell'arco di milioni di anni. Per gli scienziati era comunque difficoltoso valutarne il ritmo utilizzando i fossili, che possono fornire solo istantanee o immagini parziali degli organismi vissuti all'epoca.  Utilizzando una particolare tecnica sviluppata dallo scienziato Peter Wagner dello Smithsonian Institution National Museum of Natural History di Washington, che permette di diagnosticare precoci segnali d'allarme nel caso in cui un ecosistema sia a rischio, i ricercatori sono stati in grado di rilevare per la prima volta evidenze comprovanti come quegli antichi ecosistemi si stessero deteriorando già prima che le specie vegetali iniziassero ad estinguersi.

Jennifer McElwain dello University College di Dublino sostiene che il biossido di zolfo prodotto dalle diffuse eruzioni vulcaniche può a sua volta aver giocato un ruolo nell'estinzione delle antiche specie vegetali. "Non abbiamo modo di rilevare le variazioni dei livelli di biossido di zolfo nel passato, è quindi difficile dimostrare se tale elemento, in aggiunta a un incremento dei livelli di anidride carbonica, abbia influenzato questo processo di estinzione", chiarisce McElwain.

Sta di fatto comunque che secondo le previsioni entro l'anno 2100 il livello di anidride carbonica nell'atmosfera potrebbe arrivare fino a livelli pari a due volte e mezzo quelli attuali, già di per sè valutati come i più alti da 2,1 milioni di anni a questa parte. "Stiamo considerando il peggiore dei casi possibili, - commenta  McElwain - ma è esattamente a tali livelli che abbiamo rilevato l'antico crollo della biodiversità. Dobbiamo quindi prendere coscienza dei primi segnali di degrado anche nei moderni ecosistemi. Abbiamo appreso dal passato che l'estinzione di un'elevata percentuale di specie  (pari anche all'80 per cento) può avvenire improvvisamente in tempi molto rapidi, ma è preceduta da un lungo intervallo di cambiamento ecologico".

Stando ai ricercatori, la maggioranza degli ecosistemi moderni non ha ancora raggiunto il punto di crisi in conseguenza dei mutamenti climatici, ma in larga parte stanno comunque attraversando effettivamente un periodo di prolungato cambiamento ecologico. "Quelli che abbiamo definiti 'precoci segnali di deterioramento' sono evidenti a tutti'", conclude McElwain. " Le maggiori minacce alla preservazione degli attuali livelli di biodiversità derivano dalle variazioni d'uso del territorio, dall'antropizzazione, dalla deforestazione. Ma si dovrà ora tenere conto che anche mutamenti relativamente limitati nella quantità di anidride carbonica e nella temperatura globale potrebbero avere conseguenze inaspettatamente gravi per la salute degli ecosistemi". Quei fossili insomma, secondo gli scienziati, potrebbero raccontarci il finale di una storia preoccupantemente simile a quanto sta di nuovo accadendo oggi.  




jur6